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Gaspare Melchiorri
Leggi i suoi articoliEra una delle Sette Meraviglie del mondo antico: il Faro di Alessandria in epoca ellenistica torreggiava sul porto della città mediterranea egiziana con i suoi 140 metri di altezza. Secondo la tradizione, il faro fu commissionato da Tolomeo I Soter (367-283 a.C. ca), generale greco macedone al servizio di Alessandro Magno che divenne Faraone d’Egitto; l’edificio venne poi completato da suo figlio (e successore), Tolomeo II Filadelfo (308-246 a.C.).
Situata sull’isola di Pharos, al largo della costa di Alessandria, questa struttura era costruita in pietra e aveva una forma rettangolare alla base, ottagonale nella parte centrale e cilindrica nella parte superiore. Utilizzava degli specchi e una fornace, per guidare con la sua luce le navi verso il porto della città. Già indebolito da precedenti scosse sismiche, l’edificio venne distrutto dal terremoto di Creta del 1303 e la maggior parte dei suoi resti scomparve sotto il livello del mare. Ora un gruppo di storici, architetti e programmatori sta lavorando alla creazione di un modello digitale 3D dell’antica struttura («Progetto Pharos»).
«I frammenti architettonici giacciono sott’acqua sparsi su una superficie di circa 73mila metri quadrati», ha dichiarato agli organi di stampa Isabelle Hairy, archeologa del Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica in Francia e del Centro Studi Alessandrino in Egitto e leader dell’équipe.
La scorsa estate, la squadra del Progetto Pharos ha utilizzato una gru per portare in superficie blocchi di granito e altri reperti, in modo da poterli scansionare e posizionare digitalmente nel modello 3D. Una scoperta importante è stata quella di un pilone che combina le tecniche costruttive greche con elementi stilistici egizi.
Finora, il progetto ha effettuato scansioni nel fondale marino di circa 5mila elementi architettonici e manufatti presenti sul fondo del mare; tuttavia, il peggioramento delle condizioni dei fondali rende probabile che ulteriori scansioni richiederanno il recupero dei materiali sommersi prima di restituirli al mare per la conservazione. «La visibilità è estremamente scarsa, afferma l’archeologa, il fondo marino è irregolare e non ci sono strati di sedimenti ben definiti». Per questo motivo, Hairy stima che per completare il progetto occorreranno tempi lunghissimi.
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