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Jenny Saville, «Propped», 1992 (particolare)

Courtesy di Sotheby’s

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Jenny Saville, «Propped», 1992 (particolare)

Courtesy di Sotheby’s

Jenny Saville e il trionfo dell’antiestetica

Dall’iperbole carnale di «Propped» ai record d’asta: tra mercato, politica del corpo e bisogno di verità, la pittura dell’artista inglese ha ribaltato i codici della bellezza contemporanea

Curioso che in un mondo di immagini patinate, pelli e visi levigati, di filtri puliti e sorrisi idilliaci che brillano sui nostri smartphone, per sette anni l’opera più costosa di un’artista vivente sia stata un autoritratto iperbolico, mastodontico, livido di una donna in sovrappeso. Gusto del paradosso? O forse un bisogno di realtà, anche a costo di vederla esagerata, stressata, in qualche modo violenta? Attorno a questa sfera di senso si muove l’estetica dell’antiestetica dipinta da Jenny Saville, negli anni Novanta astro degli Young British Artists e oggi pittrice affermata, che espone alla National Portrait Gallery di Londra (2025) e a Ca’ Pesaro, a Venezia, durante la Biennale Arte (fino al 22 novembre). 

Il fulcro del suo immaginario, donne gonfie, vicine all’obesità, all’apparenza incapaci di gestire la propria carne, non lasciava presagire, sulla carta, un’ascesa vertiginosa. E invece, complice il supporto del collezionista Charles Saatchi e di Gagosian, che dal ’99 ne segue gli interessi, nel 2018 il suo autoritratto «Propped» (1992) è stato venduto da Sotheby’s per 12,4 milioni di dollari, quasi raddoppiando le stime. Aggiudicazione che issò Saville a regina del mercato, aprendole la strada del grande pubblico, e delle mostre istituzionali. A precederla ci fu «Shift» nel 2016 (9 milioni di dollari), che dopo il record ripassò all’incanto nel 2023 migliorando la propria quotazione (10 milioni di dollari). Crescita di prezzo non certo isolata, con diversi grandi risultati in sequenza: «Reflective Flesh» nel 2019 per 2,7 milioni di dollari; «Stare III» (2006) nel 2020 per 3,9 milioni di dollari; «Shadow Head» (2007) nel 2023 per 4,3 milioni di dollari; «Juncture» (1994) nel 2025 per 7,3 milioni di dollari. E anche se nel 2025 Marlene Dumas l’ha superata nella classifica delle artiste viventi più costose all’asta («Miss January», 1997, 13,6 milioni di dollari da Christie’s), la parabola di Saville continua a crescere. Una grande galleria alle spalle, la fiducia delle case d’asta e l’apprezzamento della critica tratteggiano i contorni di un’artista ormai affermata. Da registrare, infine, anche il gradimento del pubblico mainstream, che vede nei suoi volumi fuori scala un manifesto politico che riporta violentemente il corpo, reale, non edulcorato, anzi esagerato e libero, al centro del dibattito collettivo. 

Davide Landoni, 28 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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