Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Angelica Kaufmann
Leggi i suoi articoliNegli ultimi anni gli Stati del Golfo hanno assunto un ruolo strutturale nel sistema dell’arte internazionale. Alla costruzione di musei, fondazioni e distretti culturali si è affiancata l’espansione di fiere e piattaforme globali, da Art Basel a Frieze, mentre iniziative regionali come la Diriyah Contemporary Art Biennale o la nuova quadriennale di Doha ridefiniscono il calendario globale. Il 2026 si profila come un anno chiave, non solo per quantità di eventi, ma per il consolidamento di un ecosistema culturale che ambisce a essere produttivo, non derivativo. In questo contesto si colloca una generazione di artisti che lavora su un terreno complesso: da un lato il peso della tradizione e della storia, dall’altro economie in accelerazione, trasformazioni sociali e tensioni geopolitiche. Media, poetiche e traiettorie sono differenti, ma emerge un tratto comune: un’apertura intima e non assertiva, una pratica che accetta l’ambiguità come forma di resistenza culturale.
Tra le figure più significative spicca Mohammad Alfaraj, la cui pratica multidisciplinare nasce dai paesaggi agricoli dell’oasi di Al Ahsa. Film, scrittura, fotografia e installazione si intrecciano in un lavoro che mette in relazione ecologia, memoria storica e comunità. La sua affermazione internazionale (dai premi Art Basel alla presenza alla Biennale di Architettura di Venezia) segnala un interesse crescente verso pratiche che rifiutano l’enfasi spettacolare e lavorano per sottrazione.
Una ricerca diversa, ma altrettanto radicata nella materialità e nel tempo, caratterizza Dana Awartani, che utilizza tessuti e tecniche artigianali per riflettere su perdita, architettura ferita e memoria collettiva. Il suo ritorno a Venezia nel 2026 come rappresentante dell’Arabia Saudita conferma la centralità di una pratica che coniuga saperi tradizionali e linguaggi contemporanei senza scivolare nella nostalgia. Il rapporto tra immaginazione, corpo e folklore attraversa invece le opere pittoriche e performative di Maitha Abdalla, protagonista di una rapida ascesa tra biennali e collezionismo internazionale. Le sue figure ibride e narrative mettono in scena tensioni domestiche, identità fluide e relazioni di potere, evitando ogni lettura didascalica.
Sul versante fotografico e installativo, Farah Al Qasimi costruisce un’immagine del quotidiano che oscilla tra ironia e straniamento. Colore, messa in scena e cultura pop diventano strumenti per osservare le dinamiche sociali del Golfo dall’interno, senza esotismi. La presenza delle sue opere nelle principali collezioni museali occidentali testimonia una ricezione ormai pienamente globale. Un approccio astratto e concettuale caratterizza invece Shaikha Al Mazrou, le cui installazioni e sculture giocano con equilibrio, forma e spazio. Il successo sul mercato internazionale segnala l’interesse crescente per un’astrazione che non rinuncia a una dimensione esperienziale e pubblica. Oltre la cinquina appena citata, mezione d'onore per Monira Al Qadiri. L'artista visiva del Kuwaitm nata in Senegal, affronta in modo diretto il tema della “petro-cultura”, utilizzando forme scultoree e video per riflettere sull’eredità simbolica ed economica del petrolio. Tra futurismo e ironia, la sua opera mette in discussione le narrazioni di progresso che hanno accompagnato lo sviluppo della regione.
Altri articoli dell'autore
Lo storico dell'arte e rettore dell’Università per Stranieri di Siena lascia il Comitato scientifico delle Gallerie degli Uffizi dopo la nomina del nuovo consiglio di amministrazione. Dure le critiche alla composizione degli organi di governo del museo. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli respinge le accuse e difende le scelte del dicastero.
La galleria fondata da Maria Varnava chiude la sede londinese e sospende le attività a Lagos. Dopo anni di crescita e di centralità nel racconto dell'arte africana contemporanea, la decisione riflette le difficoltà di un mercato che, dopo l'espansione del periodo 2020-2022, sta attraversando una fase di forte selezione e consolidamento.
In una settimana New York ha concentrato oltre 2,5 miliardi di dollari di vendite tra Christie’s, Sotheby’s, Phillips e Bonhams, trasformando le aste di maggio 2026 in uno dei momenti più importanti dell’ultimo decennio per il mercato internazionale dell’arte. A dominare la stagione sono state le grandi collezioni private, i capolavori museali e una domanda globale tornata estremamente aggressiva sui lavori considerati irripetibili. Dai record storici di Jackson Pollock, Constantin Brâncuși e Mark Rothko alle grandi dispersioni Mnuchin e Newhouse, fino alla solidità trasversale delle day sale, New York ha restituito l’immagine di un mercato più selettivo ma ancora capace di mobilitare cifre eccezionali quando convergono qualità, provenienza e rarità assoluta.
Con Outta the Bag, la sua prima personale newyorkese, Allison Katz costruisce una mostra che mette in tensione autobiografia, storia della pittura e cultura visiva contemporanea. Tra bocche spalancate, galli, piscine, fotografie e frammenti linguistici, l’artista canadese riflette sulla pittura come dispositivo instabile di percezione e assorbimento delle immagini.



