Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliIn una umida serata di maggio a New York, il mercato dell’arte ha prodotto proprio quel tipo di risultato che i mercanti d’arte avevano passato gli ultimi due anni a sostenere fosse ancora possibile, purché si riuscisse a trovare il materiale giusto. Da Phillips, tutti i lotti della Modern & Contemporary Art Evening Sale (19 maggio) sono andati a ruba - tutti e 41 - generando un totale di 115,2 milioni di dollari, più del doppio rispetto all’asta equivalente dello scorso anno. Nel gergo del settore, si è trattato di una vendita «white glove»: il 100% dei lotti è stato venduto, sia in termini di numero che di valore. Nel linguaggio meno cerimoniale della finanza, è stato un promemoria del fatto che la liquidità nella fascia alta del mercato dell’arte globale non è scomparsa. È semplicemente diventata spietatamente selettiva.
Gli acquirenti non erano alla ricerca di novità speculative quanto piuttosto di una scarsità riconoscibile: nomi di livello museale, lasciti accuratamente curati e opere che godono di credibilità istituzionale. Tre opere separate di Andy Warhol hanno registrato ottime vendite, guidate da «Sixteen Jackies» a 16,2 milioni di dollari, mentre una scena innevata di Claude Monet ha raggiunto quasi i 10 milioni di dollari. Un’opera di Jackson Pollock del 1948 circa ha fruttato 9,2 milioni di dollari.
Il segnale più chiaro della serata, tuttavia, è arrivato dalla fascia più bassa delle stime. Un'opera senza titolo di Lee Bontecou - stimata a soli 1,2 milioni di dollari - è stata venduta per 4,2 milioni di dollari dopo una lunga asta, stabilendo un nuovo record d'asta per qualsiasi opera bidimensionale dell'artista. Il risultato ha sintetizzato un cambiamento più ampio in atto nei circoli dei collezionisti: la rivalutazione «aggressiva» di artisti storicamente sottovalutati la cui reputazione istituzionale ha superato quella di mercato.
Tale dinamica si è estesa ad artisti un tempo considerati marginali rispetto alla narrativa canonica del dopoguerra. L'artista espressionista americana Pat Passlof ha stabilito un nuovo record con Fortune a 580.500 dollari, mentre il pittore danese P. S. Krøyer ha superato le aspettative con un autoritratto venduto per 1,29 milioni di dollari. Anche lo slancio del mercato dei «giovani» è rimasto intatto, con Joseph Yaeger, ottimo pittore del Montana, che ha quasi sestuplicato i livelli di stima.
Gerhard Richter, «Besen», 1984. Courtesy of Phillips
Claude Monet, «La Route de Vétheuil, effet de neige», 1879. Courtesy of Phillips
Le opere della collezione dell'ambasciatore John L. Loeb Jr. hanno raggiunto un totale di 8,4 milioni di dollari, mentre due dipinti di Vilhelm Hammershøi sono stati acquisiti da istituzioni, risultato che gli specialisti d'asta sottolineano sempre più spesso come prova di una validazione culturale tanto quanto di un successo commerciale. Anche il materiale proveniente dalla collezione della collezionista Tina Hills ha ottenuto risultati simili, con Plain di «Joan Mitchell» che ha raggiunto i 6,85 milioni di dollari.
Per Phillips, il risultato ha un'importanza strategica che va oltre la serata stessa. L'azienda ha trascorso gran parte dell'ultimo decennio posizionandosi come il marchio sfidante e agile rispetto ai colossi Christie's e Sotheby's, puntando fortemente sul gusto contemporaneo, sui collezionisti più giovani e sull'ingegneria finanziaria relativa a garanzie e strutture di offerta.
Joan Mitchell, «Plain», 1989. Courtesy of Phillips
Altri articoli dell'autore
La geografia estiva conferma alcune tendenze ormai evidenti: la centralità dell’asse Londra–Basilea–Parigi, il ruolo crescente della Svizzera come piattaforma museale e fieristica, l’attenzione verso pratiche interdisciplinari e tecnologiche (Herndon & Dryhurst, Umeda), il ritorno di figure storiche come Ana Mendieta, Julio Le Parc, Maria Lassnig, Joseph Beuys e Franz Gertsch, e una forte presenza di artisti che riflettono sulle trasformazioni sociali, politiche e culturali del presente, da Mohamed Bourouissa a Thomas Hirschhorn.
Dopo mesi di vacanza dell'organo di governo, le Gallerie degli Uffizi tornano ad avere un Consiglio di amministrazione. Accanto al direttore Simone Verde entrano Carmen Bambach, Alessandro Campi, Carlo Deodato e Stefano Mugnai. Sullo sfondo emergono alcune linee di tendenza: una maggiore centralità del museo, il rallentamento dei progetti territoriali e la preparazione della grande mostra dedicata a Lorenzo il Magnifico.
Dalle lettere di Jean Shrimpton e della principessa Diana ai costumi di Wall Street, Priscilla e Superman: oltre sessant’anni di carriera raccontati attraverso oggetti personali, sceneggiature e ricordi di una delle icone più affascinanti del cinema britannico
21 Art inaugura la sua prima sede internazionale nel Principato e rafforza la presenza in Italia. In apertura mostre di Jan Fabre e Mario Ceroli



