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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliLa frattura tra il Governo e i vertici della Biennale di Venezia si consuma ufficialmente sulla laguna, trasformando la 61a Esposizione d’Arte in un terreno di scontro diplomatico. Il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha confermato tramite una nota che diserterà sia le giornate di pre-apertura sia la cerimonia inaugurale del 9 maggio, un gesto di rottura che segue settimane di tensioni scaturite dalla riapertura del padiglione russo dopo sette anni di assenza. La scelta della Fondazione di riaccogliere la delegazione di Mosca ha innescato una reazione a catena che vede il governo italiano su posizioni diametralmente opposte rispetto all'autonomia decisionale dell'ente veneziano.
Il caso ha rapidamente travalicato i confini nazionali, attirando il severo monito di Kaja Kallas. La Vicepresidente della Commissione Europea ha definito moralmente inaccettabile la partecipazione russa mentre prosegue la distruzione del patrimonio culturale ucraino, preannunciando una revisione dei finanziamenti comunitari. Secondo la linea di Bruxelles, ospitare una rappresentanza ufficiale russa potrebbe configurarsi come una violazione del regime sanzionatorio vigente, che proibisce la concessione di piattaforme suscettibili di trasformarsi in veicoli di propaganda per il Cremlino.
A rendere ancora più incandescente il clima sono i legami diretti tra l’organizzazione del padiglione e i vertici del potere russo. Tra le figure chiave della società incaricata di portare gli artisti in Laguna figura infatti Ekaterina Lavrov, figlia del Ministro degli Esteri di Mosca, un dettaglio che ha alimentato i sospetti di una strumentalizzazione politica dell'evento. Nonostante le forti pressioni e l'ipotesi, ventilata dal ministero, di inviare ispettori per monitorare la situazione, il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ha continuato a rivendicare l'indipendenza dell'istituzione. La difesa di Ca' Giustinian poggia sulla convinzione che non siano state violate norme procedurali e sulla contestuale creazione di spazi dedicati alle voci del dissenso russo, un tentativo di bilanciamento che non è bastato a ricucire lo strappo con le istituzioni governative e internazionali.
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