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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliKatharina Fritsch continua a lavorare su uno dei territori più difficili della scultura contemporanea: la trasformazione dell’oggetto ordinario in presenza psicologica. La nuova mostra da Matthew Marks Gallery sulla 22esima strada riporta l’artista tedesca a immagini concepite quasi cinquant’anni fa, quando era ancora studentessa alla Kunstakademie di Düsseldorf, ma le restituisce in una scala radicalmente diversa, trasformando piccoli modelli in apparizioni monumentali. L’esposizione segna anche i trent’anni della collaborazione tra Fritsch e la galleria newyorkese. Più che una celebrazione retrospettiva, però, la mostra funziona come una verifica della continuità del suo linguaggio: poche figure, riconoscibili da chiunque, isolate nello spazio e portate verso una condizione di sospensione inquieta.
Il nucleo centrale della mostra nasce infatti da tre modelli realizzati nel 1979: Auto und Wohnwagen / Car and Caravan, Tunnel e Schornstein / Chimney. All’epoca erano piccoli oggetti esposti su un tavolo come un display quasi impersonale, in aperta controtendenza rispetto al dominio del minimalismo e dell’arte concettuale nella Düsseldorf di fine anni Settanta. Fritsch lo ha ricordato più volte: arrivata all’Accademia, voleva “fare immagini forti”. Una posizione quasi inattuale in quel contesto teorico. Oggi quelle stesse immagini riemergono come sculture gigantesche, dimostrando quanto la sua ricerca abbia sempre lavorato contro l’idea modernista di neutralità dell’oggetto. L’opera più potente è probabilmente Auto und Wohnwagen / Car and Caravan (1979/2026), lunga oltre nove metri: un’automobile nera traina una roulotte bianca in una scena congelata, quasi cinematografica. L’origine infantile dell’immagine resta percepibile, ma la scala monumentale altera completamente il rapporto con il pubblico.
La roulotte diventa improvvisamente un simbolo ambiguo: viaggio, immobilità, periferia, vacanza, migrazione. Fritsch non esplicita mai il significato delle sue immagini. Lavora invece sulla loro capacità di attivare memorie collettive e tensioni inconsce. Lo stesso avviene con Tunnel (1979/2025), una struttura verde scuro lunga quasi otto metri, aperta alle estremità come un vuoto attraversabile solo mentalmente. Il tunnel è insieme infrastruttura funzionale e forma archetipica. Entrarvi con lo sguardo significa confrontarsi con uno spazio cieco, quasi funerario.
Schornstein / Chimney (1979/2026), enorme ciminiera rossa alta oltre quattro metri, radicalizza ulteriormente questa logica. La verticalità industriale diventa un totem silenzioso. Anche qui l’origine è quasi banale ma la traslazione di scala produce un effetto di estraneità. È questo il punto centrale del lavoro di Fritsch: l’oggetto resta perfettamente leggibile, ma smette di essere innocente. Da sempre l’artista utilizza immagini comuni per svuotarle della loro funzione quotidiana e trasformarle in icone fredde, immobili, quasi metafisiche. Le superfici perfette, industriali, prive di tracce manuali, accentuano questa sensazione di distanza. Scott Rothkopf ha definito il suo lavoro una “transustanziazione materiale” del quotidiano. La formula è precisa. Fritsch prende oggetti riconoscibili e li converte in qualcosa che oscilla continuamente tra ironia, inquietudine e spiritualità.
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