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Redazione
Leggi i suoi articoliSi è spento a 79 anni Ulysses Jenkins, l'artista che per oltre mezzo secolo ha usato la videocamera come un bisturi per dissezionare le contraddizioni dell'identità americana. La notizia, confermata dall'Hammer Museum (che ha ospitato, nel 2025, l'ultima retrospettiva dedicata all'autore, Ulysses Jenkins: New and Recent Videos), segna la fine di un'epoca per la scena creativa di Los Angeles, città che Jenkins ha raccontato come uno scenario ribollente di tensioni razziali e sociali.
Nato nel 1946, Jenkins è cresciuto in simbiosi con l'ascesa della televisione. Se da bambino l'apparizione di un volto nero sullo schermo era per lui un "evento miracoloso", da adulto quella stessa scatola luminosa era diventata il nemico da smascherare. Aveva compreso presto che i media non si limitavano a trasmettere la realtà, ma la confezionavano, spesso trasformando i quartieri afroamericani in "ghetti" narrativi popolati da minacce stereotipate.
La sua risposta alla distorsione mediatica fu un'azione artistia diretta, concreta. Nel 1972, armato di una delle prime videocamere portatili, si immerse nel Watts Festival per documentare una verità diversa da quella dei telegiornali: non il caos delle rivolte, ma la celebrazione pacifica di una comunità che cercava di immaginare un futuro comune. Ma la sua impronta su Los Angeles non è stata solo digitale. Prima della videoarte, Jenkins è stato un protagonista della stagione del muralismo californiano, contribuendo a opere monumentali come il Great Wall of Los Angeles. Ancora oggi, chi percorre la freeway 110 può scorgere il suo murale del 1976, Transportation Brought Art to the People, un monito visivo che accompagna quotidianamente migliaia di pendolari.
Il passaggio definitivo alla performance e alla videoarte avvenne alla fine degli anni '70, durante gli studi all'Otis Art Institute. Fu lì che Jenkins realizzò il peso del pregiudizio sistemico, con i compagni che, durante la proiezione di un suo video, scoppiarono a ridere senza motivo davanti alla sua immagine silenziosa. Quella risata involontaria gli rivelò quanto l'immagine dell'afroamericano fosse indissolubilmente legata alla commedia nell'inconscio collettivo. Da quell'epifania nacque Mass of Images (1977), un'opera cruciale in cui l'artista, avvolto in una bandiera americana, recitava tra televisori distrutti mentre scorrevano immagini di linciaggi e blackface. Era un attacco frontale a quella "massa di immagini" che si insinua nelle vene degli spettatori fino a diventarne parte integrante.
Negli ultimi anni, Jenkins non aveva smesso di interrogare il presente. Le sue opere più recenti, come Emergency ed Ethnic Cleansing, hanno affrontato i temi del controllo delle armi e dei conflitti globali, dimostrando una vitalità creativa rimasta intatta fino alle mostre del 2025. Docente all'Università della California e pluripremiato visionario, Jenkins lascia un vuoto incolmabile non solo nelle gallerie, ma nelle strade della sua città. Come ricordato nella sua recente retrospettiva all'Hammer Museum, il suo merito più grande è stato quello di aver usato le immagini per sopravvivere, costruendo comunità laddove il potere cercava di restringere gli orizzonti del pensabile.
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